Le 4 A

di Antonio Calabrò

L’Italia del Nord? “Un granaio meccanico” di grande rilevanza europea. E’ il 1946 quando Vittorio Valletta, presidente della Fiat, usa quell’orgogliosa definizione davanti alla Commissione economica dell’Assemblea Costituente. La guerra è appena finita, il Paese sta impegnando le sue energie migliori nella ricostruzione per poi avviarsi, lungo i difficili e dinamici Anni Cinquanta, verso il boom economico. Ed è già chiaro quale sia la sua risorsa migliore: l’industria.

Morale del TorinoSettant’anni dopo, quell’attitudine si riconferma, dopo tutte le controverse stagioni di crescita, poi di crisi, poi ancora di riqualificazione del tessuto produttivo e ancora di crisi. In quest’avvio di 2015 in cui si intravvedono finalmente segni evidenti di ripresa economica, l’asse portante dello sviluppo italiano è ancora una volta la sua manifattura di qualità, con le “Quattro A” del miglior made in Italy: l’industria dell’arredamento, quella dell’abbigliamento, quella agro-alimentare e soprattutto l’automazione meccanica, il primo settore per export. Appunto il “granaio meccanico” in versione  medium e hi tech. Fabbrica, cioè, rilanciata dalle nuove tecnologie (comprese le stampanti 3D, digital manifacturing) e innervata da servizi innovativi, da ricerca, da elevatissimi livelli di formazione d’eccellenza. Una leva straordinaria perché l’Italia possa continuare a mantenere il suo primato di seconda potenza manifatturiera europea, dopo la Germania.

D’altronde, il cuore industriale europeo batte soprattutto in un’area che comprende il Nord dell’Italia e l’Ovest della Germania, con una cultura d’impresa incardinata sui valori dell’innovazione, della ricerca delle migliori tecnologie produttive, della qualità d’una manifattura d’avanguardia internazionale. Metodo tedesco, creatività italiana, come motore di crescita per tutta la Ue.

Il giudizio emerge con chiarezza da una indagine della Fondazione Edison e di Confindustria Bergamo sulle province manifatturiere europee (quelle che hanno una quota di valore aggiunto e di occupati nell’industria superiori al 30%, un’occupazione industriale di almeno 20mila addetti e un valore aggiunto per addetto superiore ai 50mila euro) e cioè su 53 province sulle 1300 di tutta la Ue. Sono quasi tutte italiane e tedesche. E se si guarda alle prime 23, in testa ci sono Brescia e Bergamo, poi Wolfsburg (la patria della Volkswagen) e poi nell’ordine Vicenza, Boblingen (nei pressi di Stoccarda, area della Daimler), Monza e Brianza, Treviso, Modena, Ingolstadt (Audi), Ludwigshafen (sede della chimica Basf), Varese, etc. 10 province italiane e 13 tedesche, non contando, in questa classifica, le città metropolitane (Milano, Monaco, Francoforte) che fanno da hub di servizi (finanza, logistica, creatività, attività commerciali, formazione, ricerca, etc.) per una manifattura evoluta da “economia della conoscenza.

L’industria ha un cuore italo-tedesco. E rappresenta un patrimonio di cultura manifatturiera “politecnica” da valorizzare, rafforzare, usare come leva di crescita di un’Europa che conferma l’obiettivo di portare, entra il 2020, il peso della manifattura sul Pil al 20%. Per la Germania, il centro di questa capacità è l’industria dell’auto (con il supporto di una qualificatissima supply chain italiana). Per l’Italia, è la metalmeccanica, seguita da chimica d’avanguardia, gomma-plastica, arredamento e componentistica, agro-industria e moda. Torniamo, insomma, alle “Quattro A”.

L’Italia, dunque, sulla strada dell’”anno felix” dell’Expo, può dare un ottimo contributo allo sviluppo della Ue, legando l’Esposizione dedicata a “Nutrire il Pianeta / Energie per la vita”, in una Milano accogliente e vitale, con la “fertilità” di un ricco bagaglio di idee sullo “sviluppo sostenibile”. E portando a esempio proprio le “best practice” della sua industria. “L’Italia è leader in Europa per eco-efficienza del suo sistema produttivo”, sostiene Ermete Realacci, presidente di Symbola e della Commissione Ambiente della Camera: abbattimento delle emissioni nocive, energie rinnovabili, altissimo livello di riciclo dei rifiuti. E’ la forza della “green economy” diventata uno degli asset principali della competitività italiana. Buona cultura d’impresa sostenibile, appunto.

C’è la “green economy”, infatti, tra “le dieci eccellenze per rilanciare l’Italia”, il dossier preparato da Symbola “L’Italia in 10 selfie”: cultura, turismo, industria meccanica e agro-alimentare, agricoltura biologica e “green”. “L’Italia è quinta al mondo per surplus commerciale manifatturiero, con 113 miliardi di dollari nel 2012, che sono diventati più di 130 nel 2014”, sostiene Realacci, parlando di 935 prodotti, sui 5.100 su cui è analizzato il commercio mondiale, in cui l’Italia occupa una delle prime tre posizioni. Orgoglio industriale del bello e ben fatto, appunto. Grazie anche a fertili incroci: l’industria del cibo (da primato internazionale) ma anche quella delle macchine agricole, delle macchine per produrre la pasta, delle macchine per l’inscatolamento e l’imbottigliamento. Macchine per fare macchine. L’Italia meccanica si lega virtuosamente con l’Italia alimentare. L’industria è un’eccellenza italiana sulla platea del mondo. E l’Expo ne offrirà straordinarie testimonianze.

E’ un’attitudine antica, che si rinnova, legando il radicamento nei territori densi di cultura e capacità manifatturiere alle propensioni internazionali. Tornano in mente le parole di Carlo M. Cipolla sull’Italia “abituata fin dal Medio Evo a produrre, all’ombra dei campanili, cose belle che piacciono al mondo”. Un buon viatico sulla strada dello sviluppo.